“I MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA”: il convegno a Patti
“I MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA”
A PATTI IL CONVEGNO ORGANIZZATO DALL’AMI-MESSINA
Si è svolto nella sala comunale di Patti, il 26 maggio alle ore 9,00, il convegno organizzato dall’ AMI (Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani) - sezione distrettuale di Messina. L’ incontro, dal titolo “I maltrattamenti in famiglia, è stato presentato dall’ avv. Francesco Genovese, presidente AMI-Messina e Tesoriere Nazionale AMI, il quale ha portato i saluti dell’avv. Gian Ettore Gassani, presidente nazionali AMI, impossibilitato a partecipare al convegno a causa di concomitanti impegni.
Dopo i saluti istituzionali dell’ avv. Mauro Aquino, sindaco di Patti, dell’avv. Leone Elio Aquino, presidente Ordine Avvocati di Patti e dell’ avv. Maria Sinagra, responsabile AMI-sezione territoriale di Patti, l’avv. Francesco Genovese ha evidenziato come il tema dei maltrattamenti in famiglia sia un tema scottante, che rappresenta una costante nelle famiglie, trattandosi di maltrattamenti non solo fisici ma anche psicologici e di disagio economico. “Molti maltrattamenti non vengono denunciati – ha sottolineato il presidente – e perciò non sono conosciuti all’esterno del nucleo familiare. Oltre al disagio di raccontare agli avvocati i problemi familiari si aggiunge il problema della prova dei fatti, cioè dei maltrattamenti. Spesso i genitori non vogliono coinvolgere i figli per evitare loro traumi e sofferenze, e rinunciano a denunciare ed a tutelarsi. L’AMI si occupa di molti problemi scottanti – ha continuato Genovese – come il tema della sottrazione internazionale dei minori, affrontato nel recente convegno nazionale di Milano. Inoltre nei giorni 22 e 23 giugno si svolgerà a Roma il Congresso Nazionale dell’Associazione sulle riforme del diritto di famiglia, con temi importanti quali il divorzio breve, i patti prematrimoniali, il tribunale della famiglia, con tutte le problematiche connesse all’attuale situazione giudiziaria in materia di famiglia, troppo frammentata e discriminante riguardo i riti previsti, a seconda che si tratti di figli nati da genitori coniugati o meno”.
Il convegno è stato coordinato dal dott. Ugo Molina, magistrato presso il tribunale di Patti, il quale ha sottolineato come i delitti che si svolgono all’interno della famiglia siano particolarmente odiosi, e su di essi spesso ci sia scarsa attenzione, a differenza di quanto avviene per altre tipologie di delitti, come ad esempio quelli di mafia. ”Nella struttura di questo tipo di reati – ha spiegato il magistrato – c’è una gravità che produce nella vittima uno stato durevole di assoggettamento. Si tratta di condotte reiterate che producono uno stato di vita vessatorio, in un ambito dove ci sono legami sentimentali. Questi legami - ha illustrato Molina – possono creare una sorta di “equilibrio” insano tra vittima e carnefice che determina una protrazione nel tempo dello stato di soggezione della vittima”. Inoltre il magistrato ha evidenziato un altro dato significativo, spiegando che, se viene denunciato il maltrattamento, spesso dal momento della denuncia al momento del processo gli episodi di maltrattamento vengono eliminati facendo desistere la vittima dal portare avanti la sua battaglia. Oppure può accadere che, in quel lasso di tempo, la vittima si separa dal coniuge violento e non ha più interesse a denunciare proprio perché si è emancipata da quello stato di soggezione e non intende rendere pubblico il maltrattamento. “Allora scatta la cosa più devastante per un magistrato – ha spiegato il dr. Molina – perché la vittima ritratta, il magistrato non ha più strumenti e non gli resta che trasmettere gli atti alla Procura. In tale modo la situazione si capovolge e la vittima subirà un processo per falsa testimonianza. Questo è un paradosso, perché la vittima sarà vessata due volte: dal carnefice e dal giudice. Allora il giudice, spesso, cerca coscienziosamente di forzare il dato normativo il più possibile per non cominciare un nuovo accanimento nei confronti della vittima, ma si appella anche alla coscienza ed al buon senso dell’avvocato, affinché questi possa tutelare il suo assistito, inducendolo a non dare falsa testimonianza, e cercando delle soluzioni che possano tutelare tutti”.
Ha preso, poi, la parola l’avv. Francescamaria Italiano, componente del Consiglio Direttivo – AMI Messina, relazionando sulla fattispecie di reato e sottolineando come, oggi, il fenomeno dei maltrattamenti in famiglia sia molto più visibile rispetto al secolo scorso, quando la violenza che avveniva all’interno delle mura domestiche rimaneva circoscritta nell’ambito della famiglia, a causa di retaggi culturali che imponevano il silenzio. “Quando si parla di violenza domestica – ha evidenziato l’avvocato – si parla di violenza fisica, psicologica e sessuale. In genere l’abuso avviene sui minori o sulle donne in quanto soggetti più deboli e parte dal presupposto di un abuso dominante: c’è un soggetto agente che esercita la violenza e un soggetto che la subisce. Il fenomeno dei maltrattamenti in famiglia è diffuso in tutto il mondo, a prescindere dal ceto sociale ed economico dei soggetti coinvolti e quando si verificano queste aggressioni non basta la tutela legislativa ma occorre l’assistenza psicologia, medica e legale di tutti i soggetti che operano nel territorio. Rientra nel delitto di famiglia – ha proseguito l’avv. Italiano – anche quello relativo alla famiglia di fatto e non sono requisiti necessari la convivenza e la coabitazione. Mentre una recente sentenza della Corte di Cassazione fa rientrare nel concetto di famiglia anche l’amante, stabilendo che, quando c’è un legame intimo, affettivo e duraturo, al di fuori della famiglia sussistono obblighi di solidarietà ed assistenza uguali a quelli che riguardano la famiglia. Il reato di maltrattamenti in famiglia – ha concluso l’avvocato - si configura anche nel rapporto di lavoro (nel caso di lavoratore subordinato) e, secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, nel caso di mobbing quando sussiste il legame para-familiare”.
Il prof. Sebastiano Plutino, dirigente sanitario U.O.C. medicina legale – Policlinico Messina e criminalista, ha invece affrontato la tematica della violenza domestica tra vittima e reo, spiegando che la violenza domestica è relativa alla forma sia psicologica che materiale (quindi può essere usata anche dalla donna nei confronti dell’uomo), e sottolineando che in genere l’uso della violenza non letale all’interno della famiglia è tollerato dai componenti del gruppo o per impedire fatti disgregativi, o perché ogni membro della famiglia ha qualcosa da non rendere pubblico, e quindi si instaura una sorta di tacita intesa tra aggressore e vittima che impone una barriera di silenzio verso l’esterno del nucleo familiare. “In genere la violenza domestica – ha evidenziato Plutino – è perpetrata prevalentemente dal partner o dalla persona vicina ed avviene perché il maschio vuole mantenere o rafforzare il potere sulla propria partner, oppure per bloccare un regresso di tale potere. Bisogna pure considerare – ha proseguito il professore – che in molti casi i maschi violenti sono persone socialmente considerate “per bene”, che appartengono ad un ceto sociale elevato, persone che apparentemente sono considerate “normali”, mentre in realtà c’è sempre un problema psicologico di fondo. In altri casi coloro che commettono violenza in famiglia sono persone che fanno uso costante di alcol fino ad ubriacarsi, o persone che temono l’autonomia della vittima e che rafforzano in lei comportamenti servili. Occorre perciò – ha concluso Plutino - una sensibilizzazione verso questo problema, un’informazione a tutti i livelli, al fine di fare acquisire una conoscenza più approfondita del fenomeno”.
Sui “segni grafici di allarme” ha invece relazionato il dott. Carmelo Dublo , perito grafico, il quale ha spiegato l’importanza della grafologia, scienza che studia la personalità dello scrivente attraverso la scrittura e che decodifica tutti i tratti della personalità del soggetto anche in relazione ai rapporti con gli altri. “Con la grafologia si possono evidenziare anche aspetti problematici della persona – ha sottolineato Dublo – perché a livello grafico le alterazioni dello spazio, delle forme e del movimento aiutano a comprendere la personalità del soggetto scrivente. Infatti schematicamente lo spazio bianco rappresenta tutto quello che è al di fuori della sfera dell’Io dello scrivente; il movimento, espressivo della motricità grafica, esprime la gestione del tempo e dello spazio da parte del soggetto; la forma grafica rappresenta la fase degli “abiti grafici” personali nel comunicare con gli altri; il tratto grafico è la traccia dell’inchiostro che viene lasciato nel foglio e denota quanto la persona riesce ad incidere ed a fare pressione nell’ambiente. Sostanzialmente in grafologia – ha proseguito il perito – si produce il contrario di ciò a cui si assiste nella vita corrente, quindi si vede il profondo del soggetto, non come la persona si vuole porre ma come è effettivamente. Una buona analisi della grafia fornisce informazioni che non sono dubitative e deve avvenire attraverso un’azione concordata con il giudice, così da consentire di iniziare un’indagine ben precisa, relativa ad aspetti specifici. Pertanto la conoscenza attraverso la grafia permette, in collaborazione con le indagini giudiziarie, di ottenere elementi utilissimi per le indagini”.
A seguire la dott.ssa Concetta Mezzatesta, psicologa e psicoterapeuta, ha affrontato la problematica degli amori criminali, mettendo in risalto che si tratta di storie che nascono come qualsiasi altri tipi di storie d’amore. Tuttavia può accadere che, nell’ambito della coppia, le aspettative che il partner ripone nell’altro vengano disattese. “Negli amori criminali – ha sottolineato la psicologa – il soggetto non riconosce l’altro, ma vede una proiezione di sé e la dipendenza si trasforma in rabbia spesso inespressa e silente, se non è integrata all’interno della personalità. L’amante criminale vive il legame affettivo come tentativo di risolvere, in senso propulsivo o regressivo, le tematiche interne individuali. Perciò negli amori criminali l’altro viene scelto in funzione di ciò di cui si ha bisogno. Bisogna considerare – ha rilevato Mezzatesta – che ci sono pure casi di uomini che subiscono violenza, ma spesso questi episodi sono sottaciuti a causa di un aspetto culturale che considera impossibile una violenza subita dall’uomo da parte della donna. Occorre rilevare che nel delitto passionale vi è la schiavitù psicologica e fisica dell’altro, in un’alta percentuale dei casi il movente del delitto è la gelosia e la vittima non comprende la “normalità” dalla “non normalità”, rimanendo nella situazione di soggezione”. La psicologa ha, comunque, concluso con una nota di speranza a favore delle vittime, ribadendo che tutti possono scegliere di reagire ai maltrattamenti perché il libero arbitrio può cambiare le sorti della vita di ognuno, e proprio nel momento in cui si affronta la paura ci si accorge che essa svanisce, lasciando il posto al coraggio ed alla forza di lottare la violenza.
Infine, la prof.ssa Daniela Sapienza, aggregato di medicina legale presso l’università di Messina, ha affrontato il tema delle “evidenze” medico-legali, spiegando che l’intervento del medico legale è un supporto tecnico del giudice per riconoscere l’elemento oggettivo del reato. La dottoressa ha messo in risalto che nel reato di maltrattamento la condotta violenta è reiterata nel tempo e provoca danni neuropsichici, mentre i maltrattamenti fisici possono essere rilevati attraverso indagini che riguardano la tipologia delle lesioni, la morfologia (cioè la distribuzione che esse hanno nel corpo), la localizzazione delle stesse, il numero, la cronologia e l’età del minore (se è il minore oggetto dell’indagine medico-legale). “Quanto alla tipologia delle lesioni cutanee – ha chiarito il medico legale – esse sono visibili e possono insospettire, in quanto sono esiti di morsi, cicatrici, echimosi, ematomi, escoriazioni, ferite lacero-contuse, ustioni. Vi sono poi patologie dovute ad incuria, che possono lasciare segni fisici veri e propri, o che possono portare a denutrizione o ipernutrizione, oppure patologie dovute a discuria, cioè a cure non adeguate, o ad ipercura. Il mezzo di prova del reato di maltrattamento – ha concluso la prof.ssa Sapienza - è oggettivo ed altamente probante, deve essere dato al giudice e deve essere basato anche su diagnosi di tipo strumentale.”
E così, nella cornice elegante della Sala Comunale di Patti, si sono approfonditi aspetti inquietanti, che narrano una realtà spesso sommersa e nascosta dalla paura e dalla solitudine, ma anche fortemente percepita e lottata da giuristi, magistrati, esperti in scienze psicologiche, medici e responsabili del settore sociale. Una strada in salita ma percorsa con coraggio e determinazione, nella ricerca di tutti gli strumenti possibili, in grado di garantire dignità e giustizia alla persona umana in quanto tale, nella valorizzazione del significato alto e puro che la famiglia rappresenta ed incarna.
Elisa Tiziana Lo Giudice
Addetto stampa Ami -Messina

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